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  • W.A. MOZART – Le Testament Symphonique
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"The Concert des Nations is at its best and put flesh and bone on this vision, in which fluidity and theatricalness dominate."
"Savall leyó con profundidad y haciendo sobresalir una excelente flauta, y de nuevo los clarinetes. Algo del espíritu del Sturm und drang afloró con fuerza, una pátina que Savall exprimió con gran resultado."
”Een uitbundig album met drie theatrale en prachtige typische-Mozart-symfonieën."
”Dans un format intimiste proche de l’humain, l’orchestre les Nations de Savall déploie de solides arguments : équilibre des pupitres, clarté structurelle, surtout dans un scintillement millimétré des timbres très caractérisés, étonnante expressivité qui balance entre profondeur voire gravité et ivresse joyeuse… voire jubilation généreuse"
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W.A. MOZART – Le Testament Symphonique
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A metà 1788 Mozart, allora trentaduenne, raggiunge la piena maturità creativa, in un periodo dominato dalle sue ultime tre sinfonie, capolavori assoluti composti in appena un mese e mezzo. Questo straordinario «massiccio sinfonico» a tre cime, che comprende la n. 39 in mi bemolle del 26 giugno, la n. 40 in sol minore del 25 luglio e la n. 41 in do maggiore Jupiter del 10 agosto, rappresenta senz’alcun dubbio il «testamento sinfonico»

Descrizione

Il testamento sinfonico di Mozart

1787-1791 Gli anni della maturità, gli anni della disperazione

A metà 1788 Mozart, allora trentaduenne, raggiunge la piena maturità creativa, in un periodo dominato dalle sue ultime tre sinfonie, capolavori assoluti composti in appena un mese e mezzo. Questo straordinario «massiccio sinfonico» a tre cime, che comprende la n. 39 in mi bemolle del 26 giugno, la n. 40 in sol minore del 25 luglio e la n. 41 in do maggiore Jupiter del 10 agosto, rappresenta senz’alcun dubbio il «testamento sinfonico» del grande compositore. Un’impresa titanica che egli portò a termine pur non essendogli stata commissionata, e – non lo dimentichiamo – in condizioni di vita estremamente precarie, come dimostra questa missiva più o meno contemporanea alla composizione della Sinfonia in sol minore (K.550), datata 25 luglio, che Mozart mandò a Michael Puchberg, membro della loggia Zur Wahrheit (Alla verità), il quale in quel periodo rispondeva spesso positivamente alle richieste disperate di aiuto dell’amico prestandogli regolarmente somme di denaro:

«Carissimo amico e fratello dell’Ordine,

le sofferenze e le preoccupazioni hanno complicato i miei affari a tal punto che mi trovo ora costretto a chiedere soldi in cambio di questi due pagherò. Vi prego, in nome della nostra amicizia, di accordarmi questa cortesia: bisognerebbe però che la cosa si facesse immediatamente. Perdonatemi se vi reco disturbo, ma conoscete bene la mia situazione».

Oggi è difficile immaginare un contrasto più drammatico tra questo stato di disperazione insostenibile che Mozart dovette patire quotidianamente, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, e la grandezza e ricchezza sconvolgenti della sua ispirazione musicale così unica e così ammirevole. Anche per questo, poter presentare il «testamento sinfonico» di Mozart, con la registrazione delle sue ultime tre sinfonie interpretate dall’orchestra Le Concert des Nations con strumenti d’epoca, è per noi motivo di grande felicità, perché ci porta ancora una volta a prendere piena coscienza delle grandi sofferenze e delle difficoltà estreme vissute dal compositore, in un’epoca e in una società che non seppero comprenderlo nella sua reale dimensione musicale, e ancor meno fornirgli il sostegno morale e economico di cui aveva bisogno perché il suo genio incomparabile potesse prosperare pienamente.

Proprio nel corso del lavoro svolto per studiare e comprendere il contesto e le motivazioni creative di Mozart mentre componeva queste ultime sinfonie mi sono immerso ancora una volta nello studio degli eventi più significativi della sua vita, dalla seconda metà del 1787 in poi. Durante l’estate del 1788 Mozart visse un periodo di straordinaria creatività e maturità, ma allo stesso tempo la sua vita precipitò al di sotto della soglia di povertà per ridursi alla miseria più degradante, cosa che lo costringeva a indebitarsi costantemente oltre ogni limite ragionevole, chiedendo regolarmente prestiti agli amici delle logge massoniche di cui faceva parte dopo la nuova affiliazione all’Ordine del 14 dicembre 1784.

Grazie alle straordinarie ricerche condotte negli anni Ottanta da H. C. Robbins Landon, è stato possibile confermare chiaramente i rapporti che in questi ultimi anni di vita Mozart strinse con la massoneria, e in particolar modo con la loggia Zur gekrönten Hoffnung (Alla speranza incoronata) di Vienna. È questo il motivo che ci ha fatto scegliere, per la copertina del disco, proprio la tela anonima che rappresenta una riunione di questa società massonica avvenuta nel 1790. Nel quadro Mozart, il primo personaggio a destra è perfettamente riconoscibile. Per rafforzare la sua presenza nell’immagine di copertina ci siamo permessi di sostituire l’illustrazione sulla parete di fondo che appare nella tela con il ritratto incompiuto dipinto dal cognato Joseph Lange tra il 1789 e il 1790. Il dipinto allegorico che è in realtà nel quadro (riprodotto all’interno del libretto) rappresenta uno specchio d’acqua sormontato da un arcobaleno. Poiché l’arcobaleno, apparso dopo il diluvio, rappresentava nel linguaggio biblico e in quello massonico un simbolo di speranza, doveva essere evidente per gli iniziati che la loggia rappresentata nel tavolo fosse appunto «Alla speranza incoronata».

Il rapporto che legò il nostro compositore alla massoneria è confermato dalla scoperta di un documento autentico, nel quale Mozart viene menzionato come membro

Nº 56, «Mozart Wolfgang K. K. Kapellmeister III»

(«Maestro della cappella reale e imperiale [di grado] III»)

Sappiamo anche che l’opera d’ispirazione massonica più importante composta da Mozart, la Maurerische Trauermusik (K.477), fu eseguita nel 1785 durante la cerimonia funebre per la morte di due fratelli di questa loggia: Georg August, duca di Meclemburgo-Strelitz (morto il 6 novembre), e Franz, conte di Esterházy di Galantha (morto il 7 novembre). Dato che il conte era membro della società, il 17 novembre fu celebrata una riunione funebre che vide anche la partecipazione di un gruppo orchestrale, tanto straordinario quanto occasionale, cui presero parte anche i due fratelli musicisti Anton David e Vincenz Springer, i quali suonarono le parti di corno di bassetto; è lecito supporre che a questi si aggiungesse, al clarinetto, l’amico di Mozart Anton Stadler. Sottoscriviamo quanto afferma Robbins Landon: «Per la densità del suo simbolismo questa Musica funebre massonica mostra che Mozart era perfettamente imbevuto delle teorie e della filosofia della morte, nonché del loro rapporto simbolico con il primo grado dell’Ordine».[1]

Due anni dopo, il 1787 comincerà per Mozart sotto i migliori auspici, dopo l’accoglienza entusiastica ricevuta in occasione del suo soggiorno a Praga, dove gli viene offerto tutto ciò che Vienna gli nega: successo, appoggi ufficiali, scena e compagnia teatrale. Ma nel frattempo sopravviene la crisi, e la sua risposta sarà: «Appartengo troppo agli altri, e troppo poco a me stesso». Preferisce la solitudine per poter comporre e riflettere. Nei mesi successivi vari avvenimenti strettamente legati alla sua vita personale lo toccano profondamente: la separazione che mette fine a uno degli amori più intensi della sua vita, quello per Nancy Storace (la Suzanne delle Nozze); la morte del suo terzo figlio e quella dell’amico Hatzfeld; infine, la notizia (del 4 aprile) dell’aggravarsi dello stato di salute del padre, e poi quella della morte dello stesso, sopravvenuta in sua assenza il 28 maggio 1787.

Proprio in questo periodo Mozart gli aveva parlato fraternamente (nel senso della fraternità massonica) del senso della morte. In una lettera poi divenuta celebre, scritta il 4 aprile 1787, Wolfgang confessava infatti a Leopold, allora agonizzante: «Poiché la morte, a ben vedere, è la vera meta finale della nostra vita, da qualche anno sono in ottimi rapporti con questa vera e perfetta amica dell’uomo, a tal punto che la sua immagine non soltanto non ha più niente di terribile per me, ma mi risulta anzi molto rassicurante, molto consolante! Ringrazio Dio per avermi concesso di cogliere felicemente l’occasione (voi mi capite) di riconoscere nella morte la “chiave” della nostra vera letizia. Non vado mai a dormire senza pensare che all’indomani potrei (nonostante la mia giovane età) non esserci più.»

Un mese dopo, in una lettera datata 11 maggio indirizzata alla figlia Nannerl, è lo stesso Leopold Mozart a esprimere la propria inquietudine: «Tuo fratello abita ora nella Landstrasse, al numero 224. Non mi dà alcuna spiegazione al riguardo. Niente! Purtroppo la indovino». Mozart aveva allora cominciato a indebitarsi: ma quali furono i motivi, quali le circostanze che lo avevano ridotto a vivere in condizioni tanto miserevoli? Possiamo solo avanzare delle ipotesi.

Il 29 ottobre presenta a Praga l’opera Don Giovanni, basata sul celebre dramma di Tirso de Molina, con una notevole versione scenica allestita da Lorenzo Da Ponte a partire dalle esigenze di Mozart, che voleva dare più forza ai personaggi secondari, imponendo a tal fine il quartetto, il trio delle maschere e il sestetto. Con la visione sublime propria di quest’opera, Mozart ci dimostra di essere un genio drammatico all’altezza di uno Shakespeare o di un Molière.

Nonostante le enormi difficoltà finanziarie, il suo slancio creativo, stimolato dai successi praghesi, non accennerà affatto a ridursi. Anzi, dopo aver ultimato quest’opera, entra in un periodo di grande effervescenza che culminerà nella composizione delle sue ultime tre sinfonie. Facciamo nostre le osservazioni di Jean-Victor Hocquard: «Ci suggerisce già la concezione di un grande progetto sinfonico in tre parti. Sarà bene dunque non scindere questi tre capolavori e considerarli invece come tre movimenti di una sola, immensa opera sinfonica». Il massone Mozart sa di non essere separato dall’universo, sa che tra la sua storia e quella della società umana ci sono legami ora misteriosi, ora evidenti. Siamo d’accordo anche con J. e B. Massin, quando affermano che «è sicuramente dalla sua più intima Erlebnis (‘esperienza, vissuto’) che nasce la trilogia del 1788, ma essa va oltre il dato individuale pur non tradendolo, e la vittoria che canta la Sinfonia in do è allo stesso tempo la vittoria di Wolfgang sulla miseria e sulla solitudine, e l’avvenire verso il quale avanza l’umanità».

Quest’unità ci appare del tutto evidente, tanto al livello dell’interpretazione quanto a quello dell’ascolto: basti sentire con quale naturalezza e quale eloquenza si annoda e si sviluppa il primo movimento della Sinfonia in sol minore, quando lo si interpreti e lo si ascolti dopo l’Allegro finale della Sinfonia in mi bemolle. Lo stesso effetto di perfetta continuità del discorso musicale si ha se subito dopo il finale della Sinfonia in sol minore ascoltiamo quella in do maggiore. È questo il motivo per cui vi proponiamo le tre sinfonie così distribuite in due CD: la n. 39 e la n. 40 nel primo, mentre il secondo accoglie ancora la n. 40 e la n. 41 (il fatto che la Sinfonia in sol minore si ripeta nel CD 2 ci permette di ascoltare le due ultime opere senza soluzione di continuità).

Queste composizioni, che forse nemmeno lo stesso Mozart potette ascoltare, non furono facilmente comprese all’epoca e nemmeno dalle generazioni successive. Alla fine del 1790 nell’Historisch-Biographisches Lexicon der Tonkünstler di Gerber apparve la seguente notizia su Mozart; essa spiega l’isolamento del compositore e l’incomprensione dei suoi ammiratori contemporanei:

«Questo grande maestro, grazie alla sua precoce conoscenza dell’armonia, si è familiarizzato così profondamente e così intimamente con questa scienza che risulta difficile per un orecchio non allenato seguirlo nelle sue opere. Persino il pubblico più preparato si vede costretto ad ascoltare più volte queste composizioni».

«Troppi sviluppi senza meta e senza effetto, troppi procedimenti puramente tecnici», è la critica di Berlioz a queste ultime sinfonie. «Ha ragione, se si chiede alla musica un’esaltazione immaginativa e passionale, sostenuta e spinta fino al parossismo a sostegno di una retorica che dosi scientemente, o con compiacimento, gli ‘effetti’. Ora, la specificità di Mozart» – prosegue Jean-Victor Hocquard nella sua magnifica biografia del grande compositore (Ed. du Seuil, Parigi 1970) – «è non solo il fatto di non aver perseguito questi effetti, ma anche che, quando pure li assapora, non esita a disfarsene. Così le sue sinfonie non avranno un domani, e quello che il maestro aveva fatto per il quartetto e il quintetto di corde, riesce ora a farlo per la massa orchestrale senza pianoforte: creare un materiale di pura poesia». Nel 1788, all’età di 32 anni, Mozart raggiunge la maturità e il vertice sinfonico dei suoi tempi. Un «giovane» compositore di nome Ludwig van Beethoven ne prenderà il testimone undici anni dopo (nel 1799) componendo, a 29 anni, la sua prima Sinfonia in do maggiore.

———

Nel 1789 la situazione economica di Mozart peggiora ulteriormente. Ma quale contrasto tra l’intensità creativa di questo gigante della musica e la sua drammatica condizione finanziaria, che sarebbe diventata sempre più disperata, fino a obbligarlo a chiedere troppo spesso soldi agli amici della loggia massonica.

In un’altra lettera a Michael Puchberg, del 12 luglio 1789, scrive:

«Mio Dio, invece di ringraziare, avanzo nuove richieste! Invece di restituire quanto dovuto, chiedo ancora! Se conoscete a fondo il mio cuore, sentirete voi stesso il dolore che ne provo. Non ho certo bisogno di ricordarvi come questa infelice malattia mi ha impedito di soddisfare le mie commesse: devo solo informarvi che, malgrado la mia situazione miserabile, mi sono deciso a tenere delle lezioni per sottoscrizione, perché possa far fronte almeno alle spese presenti, così grandi e numerose; giacché ero perfettamente convinto del vostro affettuoso aiuto. Ma anche in questo ho fallito! Per disgrazia il destino mi è tanto ostile, sia anche solo qui a Vienna, da non poter guadagnare assolutamente nulla, qualsiasi cosa io faccia; sto facendo girare una lista [di sottoscrittori] da quindici giorni, e il solo nome che vi figura è quello di Swieten!».

Un anno dopo, il 20 gennaio 1790, Mozart scriveva di nuovo all’amico Puchberg:

«Se voi poteste e voleste prestarmi ancora 100 fiorini, ve ne sarei estremamente grato. Domani avrà luogo la prima replica strumentale a teatro. Haydn mi accompagnerà. Se i vostri impegni ve lo permettono, e se vi farà piacere assistere alla replica, sarà sufficiente che abbiate la bontà di venire da me domani mattina alle 10; da lì vi andremo insieme.

Vostro sincerissimo amico.

  1. A. Mozart»

Joseph Haydn e Puchberg seguono da vicino la nascita di Così fan tutte, e settimana dopo settimana Puchberg continua a prestare del denaro a Mozart sulla garanzia dei suoi onorari. La prima va in scena al Burgtheater il 26 gennaio 1790. Le reazioni dei critici sono buone, e anzi per la prima volta sembra ci sia unanimità su un’opera mozartiana rappresentata a Vienna. Il giorno dopo il compositore festeggerà il suo trentaquattresimo compleanno. È l’ultimo anno che gli resta da vivere per intero: non vedrà il 1791. Così fan tutte viene rappresentata ancora quattro volte, ma il 20 febbraio l’imperatore Giuseppe II muore e a causa del lutto ufficiale i teatri rimarranno chiusi fino al 12 aprile. Per Mozart la morte del sovrano sarà una catastrofe assoluta: le rappresentazioni della sua opera vengono immediatamente interrotte e gli sarà del tutto impossibile organizzare nuovi concerti. Ma non finisce qui: in prospettiva, le conseguenze saranno ancora più gravi.

Dalla fine di gennaio fino a tutto aprile Mozart non compone nulla, cosa che non gli succedeva dall’inverno 1779-1780 a Salisburgo: è il segno di uno stato d’animo depressivo; la sua condizione non è mai stata così drammatica. Il 14 agosto 1790 spedisce un vero e proprio SOS a Puchberg; è la più tragica delle sue richieste d’aiuto:

«Carissimo amico e fratello, se ieri potevo sopportare il mio stato di salute, oggi va decisamente male: stanotte non ho potuto dormire a causa dei dolori; forse ieri mi sono accaldato per il tanto camminare avanti e indietro e ho preso freddo senza rendermene conto. Provate a immaginare la mia condizione! Malato e pieno di pene e preoccupazioni! Una situazione simile è un serio impedimento alla mia guarigione. Tra otto o quindici giorni riceverò degli aiuti, sicuramente, ma ora come ora sono disperato. Non potreste assistermi anche con poco? Tutto può aiutarmi in questo frangente e voi riuscireste almeno a tranquillizzare per il momento il vostro sincero amico e fratello.

  1. A. Mozart»

Come ben osservano Jean e Brigitte Massin nel loro fondamentale lavoro sulla vita e sull’opera di Mozart (Parigi 1970): «Questa volta Mozart tocca il fondo della disperazione. Quel giorno Puchberg gli manda 10 fiorini, la somma più modesta che gli abbia mai prestato. Mozart ha accumulato un debito complessivo di 510 fiorini verso l’amico, dopo quelli contratti nell’inverno precedente, garantiti dagli onorari per Così fan tutte. La curva delle somme prestate da Puchberg corrisponde fedelmente alla potenziale posizione sociale di Mozart. Quando ad aprile-maggio vi è una seria possibilità che ottenga il posto tanto ambito presso la Corte, Puchberg risponde alle richieste di Wolfgang con due spedizioni, di 150 e 100 fiorini; ma quando sarà evidente che non restano ormai più speranze a tal proposito, i suoi prestiti diminuiscono fino a ridursi ai 10 fiorini inviati dopo la lettera disperata di agosto». Lo sviluppo degli eventi mostrerà che la distanza sempre maggiore tra Mozart e la corte del nuovo imperatore Leopoldo II è dovuta al timore della diffusione della Rivoluzione francese, evento che ha scosso vittoriosamente la monarchia di Versailles, nonché alla convinzione sempre più forte in Leopoldo II che i massoni – e soprattutto quelli che simpatizzano per l’Illuminismo – siano alleati dei giacobini francesi. Ora, Mozart è autore delle Nozze di Figaro, delle quali Luigi XVI diceva, lo si ricorderà, «bisognerebbe distruggere la Bastiglia perché la rappresentazione di quest’opera non fosse un’incongruenza pericolosa». Inoltre il compositore non ha mai fatto mistero della sua appartenenza alla massoneria, e per giunta i suoi amici più notabili nelle logge sono per l’appunto illuministi. «Come era possibile che il musicista che aveva cantato la libertà ne Il ratto, l’uguaglianza nel Figaro, la fraternità nel Flauto, non aderisse con convinzione al motto LIBERTÉ! ÉGALITÉ! FRATERNITÉ!, che peraltro era già assai noto al Grande Oriente di Francia, e che ancora oggi proclamano i rivoluzionari?». «L’assenza di Mozart dalla lista dei musicisti invitati ai festeggiamenti per l’incoronazione non fu dovuta a una dimenticanza né all’indifferenza: fu una conseguenza diretta della volontà di seppellirlo vivo».

Verso la fine dell’anno nero 1790, Mozart riceve una proposta d’ingaggio interessante dal direttore dell’Opera italiana di Londra, relativa a diverse attività da realizzare tra dicembre di quell’anno e giugno del 1791. Ma Mozart non potrà accettare: dovrebbe essere libero per partire in un termine tanto breve, e non lo è. Il suo titolo e la sua carica gli impediscono infatti di lasciare Vienna senza assolvere agli obblighi necessari per ottenere un permesso. Come poter far ordine, in così poco tempo, in una situazione tanto complicata? Come trovare i soldi necessari per raggiungere l’Inghilterra? Mozart è prigioniero della sua miseria, prigioniero di Vienna. Lo stesso viaggio cui lui si trova costretto a rinunciare sarà invece intrapreso da uno dei suoi amici più cari. Il 15 dicembre 1790 Joseph Haydn lascia la capitale austriaca per una tournée di concerti a Londra. Dopo la sua partenza, Mozart si ritrova ancora una volta solo di fronte ai suoi problemi finanziari. Progetti, decisioni, realizzazioni, sforzi personali non mutano la situazione disperata in cui si trova. L’ultimo inverno sarà uno dei più duri della sua vita: l’amico Joseph Deiner, gestore della birreria “Serpente d’argento”, dove Mozart ama intrattenersi in compagnia di altri musicisti, racconta: «Nel 1790 era stato a casa di Mozart. In quell’occasione aveva trovato Mozart e sua moglie nello studio che aveva una finestra sulla Rauhensteingasse. Mozart e sua moglie erano intenti a ballare intorno alla stanza. Deiner aveva chiesto a Mozart se stava insegnando a ballare alla sua sposa e lui gli aveva risposto, ridendo: “Ci scaldiamo perché abbiamo freddo e non possiamo permetterci la legna”. Deiner era andato subito a prenderne un po’ della sua; Mozart la prese promettendogli di pagargliela quando avrebbe avuto i soldi per farlo» (Ricordi di Joseph Deiner). Ludwig Nohl, Mozart nach den Schilderungen seiner Zeitgenossen, Leipzig, 1880.

Nel 1791 la situazione finanziaria dei coniugi Mozart cominciò a migliorare nettamente. A confronto con il 1790 – anno disastroso, durante il quale Mozart non compose quasi nulla d’importante, se non i due nuovi Quartetti prussiani, il Quintetto per archi in re maggiore e la Fantasia per organo meccanico –, il 1791 fu uno degli anni più prolifici del compositore: spiccano il Concerto per piano n. 27, le Sei danze tedesche per orchestra, l’Ave verum corpus, Die Zauberflöte, La clemenza di Tito, il Concerto per clarinetto in la, Eine kleine Freymaurer-Kantate e gran parte del Requiem.

Il 14 ottobre 1791 Mozart è a Vienna e invita Salieri e la sua amante, la cantante Caterina Cavalieri, ad ascoltare Il flauto magico. In quella che conosciamo come la sua ultima lettera, Mozart spiega a sua moglie «che essi hanno detto, tutti e due, che si tratta di un’opera degna di essere rappresentata in occasione delle feste più importanti, dinanzi ai più grandi monarchi». Quello stesso giorno nel palazzo della Hofburg di Vienna l’imperatore Leopoldo II ricevette una lettera non firmata di un confidente (di cui il sovrano riconobbe però la grafia) nella quale si accusava l’arciduca Franz von Schloissnig di preparare una rivoluzione contro di lui. Dalle indagini che seguirono emergerà il nome di uno dei principali protettori di Mozart, il barone Gottfried van Swieten, e quello di molti altri membri delle logge massoniche, sospettati dal governo austriaco di voler dar vita, secondo l’esempio francese, a una monarchia costituzionale. È fuor di dubbio che Mozart, massone di primo piano, attirasse su di sé gli stessi sospetti.

Questa situazione terribile, unita a uno stato di salute sempre delicato e a ritmi di lavoro estremamente intensi, non mancherà di avere conseguenze nefaste sulla condizione mentale e fisica di Mozart. Il colpo di grazia venne il 12 novembre 1791, con la dura condanna comminatagli in seguito a un processo nel quale fu coinvolto anche il principe Carl Lichnowsky[2], negli anni 1784-1786 membro della stessa loggia cui apparteneva il compositore. I documenti scoperti dal grande specialista mozartiano H. C. Robbins Landon nel Hofkammerarchiv di Vienna, documenti che rivelarono un processo di cui si ignorava persino l’esistenza, ci forniscono per la prima volta le prove che spiegano quella che è stata probabilmente la causa principale della morte del compositore trentacinquenne. Vi apprendiamo che il 12 novembre 1791 fu condannato a rimborsare un debito di 1.435 fiorini e 32 kreuzer, più 24 fiorini di multa, con la confisca della metà dello stipendio come compositore della camera imperiale e reale, e sequestro dei beni. Non conosciamo i dettagli di questo straordinario processo, ma se consideriamo la situazione estremamente precaria in cui si trovava Mozart, appare più che probabile che lo choc emotivo e finanziario provocato da una condanna tanto impietosa abbia contribuito fortemente alla morte precoce del compositore. Di fatto 24 giorni dopo, al termine di una malattia che nell’ultima fase gli aveva provocato una grave insufficienza renale, Mozart spirò: erano le 12:55 della notte del 5 dicembre 1791. Aveva 35 anni.

Gli amici massoni organizzarono una cerimonia funebre in sua memoria: l’orazione fu stampata da Ignaz Alberti, membro della loggia a cui apparteneva anche Mozart, lo stesso che aveva pubblicato il primo libretto del Flauto.

Dopo le esequie celebrate davanti alla cappella del Crocifisso della cattedrale di Santo Stefano, alle tre del pomeriggio del 6 dicembre 1791, le spoglie furono trasportate al cimitero di San Marco, fuori dalle mura cittadine, per essere seppellite in una fossa comune.

«La morte di Mozart mi ha lasciato per lungo tempo in uno stato di sconvolgimento;
non potevo credere che la Provvidenza avesse chiamato così presto all’altro mondo
un uomo insostituibile come lui»

Joseph Haydn

 

Fu chiesto a Rossini:
Chi è stato il più grande compositore? – Beethoven!
E Mozart? – Ah! Egli è unico!

Duecento anni dopo questo giudizio è ancora valido.

 

JORDI SAVALL
Melbourne, 28 marzo 2019

Traduzione: Paolino Nappi

 

 

[1] Alla nostra edizione delle ultime tre sinfonie di Mozart aggiungiamo come “bonus track” la nostra registrazione della Maurerische Trauermusik, un’opera che ci aiuterà a entrare nell’ambiente musicale e spirituale delle logge massoniche alle quali Mozart era strettamente legato. Il brano si trova – per una questione di minutaggio – in coda al primo CD, ma un momento ideale per l’ascolto potrebbe essere anche dopo l’ultimo movimento della sinfonia «Jupiter».

[2] Lo stesso Lichnowsky che quindici anni dopo, nell’ottobre del 1806, avrebbe minacciato Beethoven di farlo arrestare se avesse continuato a rifiutarsi di suonare il pianoforte per gli ufficiali francesi di stanza nel suo castello (dopo Austerlitz la Slesia era stata occupata dall’esercito napoleonico); in seguito a una violenta lite, il compositore pianterà in asso il suo ospite per poi mandargli un biglietto che non ha bisogno di commenti:

«Principe, ciò che siete voi, lo siete per privilegio di nascita. Ciò che sono io, lo sono grazie a me stesso. Di principi ce ne sono e ce ne saranno ancora migliaia. Di Beethoven ce n’è solo uno».

 

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”Een uitbundig album met drie theatrale en prachtige typische-Mozart-symfonieën."
”Dans un format intimiste proche de l’humain, l’orchestre les Nations de Savall déploie de solides arguments : équilibre des pupitres, clarté structurelle, surtout dans un scintillement millimétré des timbres très caractérisés, étonnante expressivité qui balance entre profondeur voire gravité et ivresse joyeuse… voire jubilation généreuse"