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  • W.A. MOZART Requiem K 626
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W.A. MOZART Requiem K 626
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Reference: AVSA9880

  • La Capella Reial de Catalunya
  • Le Concert des Nations
  • Jordi Savall

Il Requiem di Mozart, nonostante la forma frammentaria nella quale ci è giunto (e nonostante il suo completamento postumo da parte di Joseph Eybler e soprattutto di Franz Xaver Süssmayr), resta ancora oggi un’opera totalmente segnata dal genio del suo creatore. La sua paternità è riconoscibile attraverso l’architettura d’insieme dell’opera, e questo indipendentemente dalla differenza di carattere o di qualità delle parti completate.

Informazioni aggiuntive
Categoria

Catàleg complet, Heritage

Descrizione

Il Requiem di Mozart, nonostante la forma frammentaria nella quale ci è giunto (e nonostante il suo completamento postumo da parte di Joseph Eybler e soprattutto di Franz Xaver Süssmayr), resta ancora oggi un’opera totalmente segnata dal genio del suo creatore. La sua paternità è riconoscibile attraverso l’architettura d’insieme dell’opera, e questo indipendentemente dalla differenza di carattere o di qualità delle parti completate.

È per noi impensabile che un musicista mediocre come Süssmayr, che non aveva mai scritto niente di rimarchevole, abbia potuto finire da sé il Lacrimosa e scrivere da solo questi Sanctus, Benedictus ed Agnus Dei. Tuttavia non sapremo mai in quale misura Süssmayr abbia avuto a disposizione degli schizzi corrispondenti, o abbia potuto sentire Mozart stesso suonarli, cosa che gli avrebbe permesso di memorizzarli in buona parte. Per quel che riguarda la strumentazione, è oggi necessario riconsiderarla a partire dai contributi di Joseph Eybles e di Süssmayr, cercando di trovare una sintesi – tra queste versioni e lo stato originale dell’autografo – che permetta di farne risultare lo spirito mozartiano con la massima purezza.

Nell’interpretazione, ci siamo avvicinati il più possibile alle condizioni proprie dell’epoca. I solisti e l’insieme vocale (ridotto a 20 elementi), cantano in latino con la trasparenza e l’intensità necessarie alla pronuncia in vigore nella Vienna della fine del XVIII secolo. L’orchestra di strumenti d’epoca, con diapason di 430, comporta un organico di 18 archi, 9 fiati, organo e timpani (con tromboni dotati di bocchini stretti propri dell’epoca, e con corni di bassetto originali a 5 chiavi più registro grave, di Theodor Lotz, il costruttore e collaboratore di Stadler, il clarinettista di Mozart).

Ma tutto questo non sarebbe niente senza una concezione dell’interpretazione che, per tutta l’estensione dell’opera, ci faccia rivivere tutto il caloroso fervore della fede cattolica e la speranza della misericordia divina. Lamento funebre commovente e momento di grazia, è il prodotto di un equilibrio sorprendente tra la forza declamatoria e ritmica del testo e la sua trascrizione melodica, tra i voli quasi infiniti delle linee polifoniche e la loro aderenza ad una forza armonica inesorabile, tra i dettagli dell’articolazione e i contrasti della dinamica. Essa appare soprattutto attraverso questa percezione del movimento che fa del tempo il vero cuore della musica: soffio o pulsazione, passione o preghiera che ci permettono di accedere, per la giustapposizione in uno stesso slancio di tutte queste forze, ad uno dei più grandi messaggi del genio creativo umano sul mistero della morte.

Questa morte, in quanto riflessione di un credente sul senso profondo della vita, era divenuta presto familiare a Mozart. Così ne dà testimonianza una delle sue lettere, scritta nel 1787, all’età di 31 anni, al padre malato:

“…poiché la morte, a guardarla da vicino, è il vero fine della nostra vita, mi sono talmente familiarizzato, da alcuni anni, con questa vera, perfetta amica dell’uomo, che la sua immagine non soltanto non ha più niente di spaventoso per me, ma mi è molto tranquillizzante e consolante! E io ringrazio il mio Dio di avermi dato la fortuna di avere l’opportunità […] di imparare a conoscerla come la chiave della nostra vera felicità. Non mi corico mai senza pensare che domani forse, per quanto sia ancora così giovane, possa non esserci più.”

Mozart, che di solito separava in modo sorprendente la sua arte dalla sua vita personale, avrebbe provato – secondo diverse testimonianze dell’epoca – un attaccamento affettivo molto profondo per alcune sue opere: si sa che il quartetto della morte dell’Idomeneo lo toccava fino alle lacrime, e si sa anche che in occasione di una prova del Requiem poco tempo prima della sua morte, scoppiò in lacrime al momento del Lacrimosa. Tutto questo spiega forse la straordinaria forza espressiva di questo capolavoro: una sorta di testamento spirituale mirabilmente esposto, sul profondo sconvolgimento dell’essere umano davanti al mistero della morte.

Meglio di nessun altro, Mozart ha saputo esprimere, attraverso questo testo della liturgia cristiana, tutti gli stati d’animo che vanno dalla paura del Giudizio (Dies irae) alla speranza della clemenza di Dio (Kyrie), dall’angoscia della sofferenza vana (Recordare) alla certezza di un aldilà pieno di luce (Luceat eis). Lamento funebre, ma soprattutto preghiera estrema che implora la misericordia divina, (“Stammi accanto al momento della morte”), essa lascia la speranza di una vita nuova. Raramente una musica è stata una così forte dimostrazione del genio, ed espressione della fede e della sofferenza di un essere umano.

JORDI SAVALL
Traduzione: Luca Chiantore / MUSIKEON.NET

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